


amanda vähämäki su forresten

Dopo la collaborazione di Andrea “amazing” Bruno del numero scorso, su questo numero 21, l’ultimo di Forresten, rivista norvegese prodotta da Jippicomics, c’è una storia di Amanda Vähämäki, finlandese di Bologna. Nella rivista, la 21, c’è anche una storia di Manuele Fior, italiano di Oslo, che era presente anche nel penultimo numero, il 20esimo, che conteneva una storia di Andrea Bruno, catanese di Bologna. La copertina è di Rui Tenreiro: norvegese del Vermont?
Qui sotto alcune tavole dalla storia di Amanda (clicca).

Per rimanere un po’ in tema vi segnaliamo su Fumo di China n.141, attualmente in edicola, uno speciale di Davide Calì intitolato Il fumetto venuto dal Nord con piccole interviste ad Amanda, Jenny Rope della rivista finlandese Napa, e Jason.
Infine cliccando qui trovate Infanzia finlandese di Giacomo Bottà, un altro specialino con intervista ad Amanda e recensione a Campo di babà.
comicus
Il sito www.comicus.it ospita da qualche ora fra le sue pagine lo SPECIALE CANICOLA: NUOVE FRONTIERE ALTERNATIVE, a cura di Giovanni Agozzino e Davide Scagni. Si tratta fondamentalmente di una lunga intervista, abbastanza sofferta, che è costata anche un diverbio telematico fra due dei canicoli coinvolti. Ma i risultati (buoni) si vedono. Ne approfittiamo per ringraziare i due intervistatori. Buona lettura.
una domanda per Gipi Gipi: Non voglio prendere meriti che non ho. Ho studiato e utilizzato il metodo di disegno con la parte destra del cervello (imparato studiando “disegnare con la parte destra del cervello" di Betty Edwards) per alcuni anni, ma è da molto che non lo utilizzo più. Negli anni in cui studiavo il metodo disegnavo tutto. Dai campi intorno a casa mia, con le case e gli alberi, alle cicche spente nei posacenere, ai visi degli amici. E poi, e questo è importante, per lavorare in autobiografia occorre vedersi come burattini grotteschi meritevoli di compassione. Ci si deve voler bene abbastanza da prendersi per il culo alla morte. Si deve, secondo me, guardare a noi stessi come al miglior amico dell'adolescenza. Con amore spietato e voglia di ridere. Per questo, credo, ogni volta che entro nel racconto autobiografico mi trovo ad avere anche parti buffe. Quello lì (quello di cui racconto le vicende) è spesso goffo e ridicolo. Ha una presenza fisica ridicola, pochi denti e cade sempre in errore. Quello lì, sono io, naturalmente, ma lo dimentico durante il lavoro. Tu, Giacomo, lo sai perchè mi hai visto farlo, ma spesso leggo le mie storie di un certo tipo (i due funghi è una di queste) ad alta voce e me le rido. Non ho veramente memoria del fatto che parlano di me e dimentico che quel buffo ometto buttato nel mondo sono davvero io e che tanto mi somiglio. Allora lo guardo fare le cose e dire stupidaggini e mi fa sorridere. Gli voglio bene. Molto di più di quanto non voglia bene alla sua versione in carne e ossa. A volte, penso che per fare un buon racconto si debba essere spaccati almeno in due: una parte è sicura di se ed egocentrica al punto da pensare che ci sia "bisogno" delle sue storie e della sua visione del mondo. L'altra invece si considera nulla. Un fallito infame e bugiardo. Fosse per lui, si passerebbe il tempo a insaponare la corda per l'impiccagione (è codardo, insapona ma non usufruisce). Durante la lavorazione le due parti si combattono e generano la storia. Ognuna modifica l'idea avuta dall'altra. Il risultato è che spesso sono costrette entrambe a ritirarsi e lasciano spazio a un terzo personaggio ancora da identificare, uno che lavora in silenzio e non si firma neppure.
di Giacomo Nanni
Come qualcuno avrà avuto già occasione di notare sul sito Baci dalla Provincia, Gipi ha disegnato una storia per il numero 3 di Canicola, che è in uscita per marzo e che presenteremo in Italia durante il Napoli Comicon. Ho pensato di porgli un’unica domanda a proposito di questa storia, intitolata I due funghi, che come Gipi ha già preannunciato, prelude ad un ciclo più ampio di racconti a cui ha già iniziato a lavorare.
G.N. Durante un workshop a Bologna l'anno scorso, hai parlato di una tecnica particolare che utilizzi per esercitarti nel disegno dal vero: disegnare con la parte destra del cervello. Secondo questa concezione, chiunque ha la possibilità di approcciarsi al disegno dal vero, facendo leva sull’innata capacità, della nostra parte destra del cervello appunto, di "vedere le cose" senza troppi pregiudizi formali. Per chi non sapesse spiego: fra le funzioni della parte destra vi è ad esempio quella dell'osservazione immediata della collocazione di un oggetto rispetto ad un altro, oppure della relazione di una parte rispetto all'intero, o quella della sintesi, cioè l'unione di diversi elementi a formare un tutto, contro la funzione analitica della parte sinistra che tende alla soluzione dei problemi per gradi, affrontando un aspetto per volta. Queste funzioni della parte destra possono essere esercitate correttamente e permettono di disegnare davvero le cose senza averlo mai fatto prima. Una sorta di sguardo lucidissimo sulla realtà esterna, che prescinde totalmente da qualunque tecnica tradizionale di disegno dal vero. Ora, è anche vero che la funzione della parte destra, prediligendo una comunicazione non-verbale, esclude l'utilizzo delle parole per descrivere e definire, perchè è la parte sinistra ad occuparsene. Penso però ad esempio a "La storia di Faccia", dove ad un certo punto Faccia, il personaggio, si rivolge direttamente a te, l'autore, per dirti: "Fai troppe chiacchiere. Ti dilunghi. Devi imparare ad essere sintetico. E' un'arte, sai? La sintesi è un'arte."
E volevo quindi chiederti se esiste una analogia fra il disegno con la parte destra e la tua maniera di affrontare racconti brevi ispirati a fatti reali, come ad esempio I due funghi, che hai disegnato per Canicola 3.

La prima volta che ho utilizzato il metodo nel disegno dal vero all'aria aperta ho avuto una rivelazione. Come se non avessi mai visto il mondo. C'era un albero (e avevo disegnato molti alberi mentali in passato) che era un superalbero. I rami erano una gioia complessa di linee. Guardando "davvero" alle forme ne scoprii la magnificenza. La bellezza del mondo visibile. Questa bellezza ha incrinato (allora) il novanta per cento delle mie sicurezze e mi ha avvicinato ad un concetto di contemplazione che non conoscevo. Se si percepisce la complessità e la bellezza che in questa complessità di forme risiede, del mondo e delle cose non si può che ridimensionare se stessi e intraprendere, necessariamente, un percorso che porta a scomparire. Da ragazzo non lo immaginavo, miravo all'opposto, ma ora credo di conoscere il valore del non esserci. Dello scomparire appunto. E' un discorso complesso. Diciamola così, nel modo più scemo: quando disegno e "sto disegnando" faccio quasi sempre cagare. Quando disegno e "non ci sono" faccio buone cose. Questo atteggiamento di "ritirata" lo si può applicare a tutto. Al ritmo del racconto, alla scelta delle parole ed alla loro quantità. In sostanza, forse, si tratta del "dire una cosa" e non del "dire la mia". Naturalmente, nel "dire la cosa" finisce per esserci pure il "dire la mia" ma cerco di limitare questa commistione al minimo. Per capire meglio questa parte consiglio la lettura de "la trilogia della città di K" di Agotha Kristoff. Nello specifico della prima parte del libro: "Il grande quaderno".
Ora però, scusa se mi sono allontanato dal tema, non faccio più molto esercizio e utilizzo poco il metodo di visione. Voglio però sperare che mi sia rimasto nel corpo ed entri in funzione in modalità automatica. Nello specifico di una storia come "i due funghi" posso dire di aver utilizzato il metodo nel disegno dei funghi (anche se in modalità contaminata) ma sopratutto nel guardare ai sentimenti. Provare a vedere i sentimenti provati per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere per entrare nel "catalogo dei sentimenti" è molto difficile e (naturalmente) doloroso. Si potrebbe parlare (per fare gli strani ai massimi livelli) di "introspezione con la parte destra del cervello". Dove si vanno a vedere i propri sentimenti come forme crude. Nel metterli sul racconto, poi, mi trovo a stare attento alle trappole romantiche (e ci cado comunque) e ad ogni tipo di autocelebrazione/gratificazione
(e cado di nuovo).

Un'anteprima del racconto I due funghi si può trovare cliccando qui.
Il racconto La storia di Faccia fa parte dell'antologia Esterno notte, edita da Coconino Press.
una microintervista a Giacomo Nanni...
...si trova sul blog di Claudio Stassi, Nero_su_Bianco, e fa parte di una serie di post nei quali diversi disegnatori rispondono ognuno alle stesse micro-domande.
Grazie Claudio! La si può leggere qui.
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Lo spazio bianco e' lo spazio tra una vignetta e l'altra, dove l'occhio non si sofferma, dove i fumetti sono tutti uguali. Lo Spazio Bianco è anche uno dei più importanti portali dedicati al fumetto in Italia. Nelle scorse settimane abbiamo rilasciato un'intervista ad Ettore Gabrielli, che Lo Spazio Bianco l'ha fondato all'incirca 3 anni fa: si intitola Canicola, i binari del fumetto e la potete leggere qui. Rispondiamo a domande come questa: Il vostro esordio come editori di voi stessi non è passato inosservato, suscitando attenzione, apprezzamenti e critiche, ma sicuramente producendo - nel piccolo spazio che ha il fumetto sperimentale in Italia - una interessante discussione. Non male come esordio, non trovate?
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